Leonardo Maria Del Vecchio da Fedez e l’equivoco del “senza filtri”: confessarsi non significa essere credibili

15 ottobre 2026

Leonardo Maria Del Vecchio da Fedez e l’equivoco del “senza filtri”: confessarsi non significa essere credibili

Nel podcast di Fedez il giovane miliardario parla di donne, dipendenze, famiglia ed eredità. Un’esposizione personale che fa discutere, ma solleva una domanda più importante: quando la sincerità diventa spettacolo, che cosa rimane della reputazione?

 C’è una differenza sostanziale tra raccontarsi e rendere conto delle proprie azioni. Leonardo Maria Del Vecchio, ospite di Fedez e Mr. Marra a Pulp Podcast, sembra attraversare entrambe le dimensioni senza preoccuparsi troppo di distinguerle. In poco meno di un’ora e mezza parla del difficile rapporto con il padre, della droga, delle donne, dei miliardi, degli yacht e delle tensioni ai vertici di EssilorLuxottica.

Il risultato è un’intervista che ha conquistato l’attenzione dei media ancora prima della pubblicazione integrale, grazie a un’anticipazione costruita intorno alle dichiarazioni più provocatorie.

Ma la notorietà di una confessione non coincide necessariamente con la sua efficacia e soprattutto, il fatto di esporsi pubblicamente non rende automaticamente più credibili.

Uno dei passaggi più significativi riguarda il padre, Leonardo Del Vecchio, fondatore dell’impero Luxottica, descritto dal figlio come un uomo che ha garantito alla famiglia ogni possibilità materiale senza riuscire, secondo il suo racconto, a trasmettere altrettanto amore.

È un’affermazione che merita rispetto: la ricchezza non immunizza dalla solitudine, dalle difficoltà affettive o dalle dipendenze. Pensare che chi possiede miliardi non possa conoscere la sofferenza significa confondere il benessere economico con quello emotivo.

Allo stesso tempo, però, sarebbe altrettanto sbagliato dimenticare che il dolore personale non cancella il privilegio sociale. Si può essere profondamente infelici e immensamente privilegiati. Le due condizioni non si escludono.

Il problema dell’intervista non è quindi la vulnerabilità mostrata da Del Vecchio. Anzi, parlare pubblicamente di momenti difficili e dell’uso di sostanze può contribuire a superare uno stigma ancora molto presente nella società.

Il problema nasce quando quella vulnerabilità viene affiancata a dichiarazioni che sembrano progettate, consapevolmente o meno, per produrre il massimo effetto mediatico.

Il riferimento alle oltre duemila donne con cui sostiene di aver avuto rapporti, per esempio, finisce inevitabilmente per spostare l’attenzione dal racconto di una fragilità alla rappresentazione di uno stile di vita fuori dall’ordinario. Gli yacht, i miliardari criticati dall’interno della loro stessa categoria, le battute e le provocazioni diventano elementi di uno spettacolo nel quale è sempre più difficile distinguere la persona dal personaggio.

È il grande paradosso della comunicazione contemporanea: nel tentativo di apparire autentici, si rischia di diventare una caricatura di sé stessi.

Del Vecchio dichiara di aver voluto mostrare una parte di sé che nessun ufficio stampa gli avrebbe consigliato di esporre. È probabilmente la frase più interessante dell’intera operazione mediatica, perché racconta molto del rapporto sempre più conflittuale tra personaggi pubblici e comunicazione professionale.

Oggi essere “senza filtri” viene considerato quasi un valore morale. Chi parla senza mediazioni sarebbe sincero, chi misura le parole sarebbe artificioso. Eppure non funziona necessariamente così.

La comunicazione non dovrebbe servire a costruire personalità inesistenti, ma a dare coerenza e responsabilità alle parole. Non tutto ciò che è vero deve essere raccontato pubblicamente. Non perché sia necessario nasconderlo, ma perché prima di parlare bisognerebbe interrogarsi sul significato, sul contesto e sulle conseguenze di ciò che si decide di condividere.

Un buon consiglio professionale non consiste sempre nel suggerire il silenzio. Talvolta consiste semplicemente nel ricordare che esiste una differenza tra una confessione e una spiegazione, tra una provocazione e un’assunzione di responsabilità.

Nel caso di Del Vecchio questo confine diventa particolarmente importante, perché non stiamo parlando soltanto di un personaggio mondano.

A fine agosto l’imprenditore ha lasciato i suoi incarichi operativi in EssilorLuxottica, compresi quelli di Chief Strategy Officer e presidente del marchio Ray-Ban, mantenendo la propria partecipazione nella holding familiare Delfin. La sua uscita è avvenuta sullo sfondo di tensioni con l’amministratore delegato Francesco Milleri e di una successione familiare ancora complessa.

Nel podcast Del Vecchio torna a criticare Milleri, attribuendogli responsabilità nell’andamento del gruppo e richiamando un pesante calo del titolo in Borsa.

Sono questioni che riguardano la governance di una multinazionale, i suoi azionisti, i dipendenti e la strategia industriale. Questioni sulle quali sarebbe utile approfondire numeri, decisioni e responsabilità, andando oltre la contrapposizione personale.

Il rischio, invece, è che tutto finisca nello stesso contenitore narrativo: il rapporto con il padre, il patrimonio, le relazioni sentimentali, i contrasti aziendali e che una discussione industriale venga consumata con la stessa rapidità di un episodio di gossip.

C’è poi un altro elemento che rende questa intervista particolarmente interessante: Leonardo Maria Del Vecchio è anche un editore.

Attraverso LMDV Capital è entrato nel capitale de Il Giornale e ha acquisito il controllo del gruppo editoriale che comprende testate storiche come Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno. Questa circostanza cambia il peso della sua esposizione pubblica.

Chi investe nell’informazione nell’editoria è anche qualcuno che può contribuire a determinare il futuro di una parte dell’informazione italiana.

E allora la domanda più interessante non è quante donne abbia frequentato, quanti yacht possieda o quanto sia stato infelice nonostante la ricchezza. È quale idea di giornalismo intenda sostenere, come voglia garantirne l’indipendenza e quale responsabilità riconosca al ruolo di editore.

Dopo la discussa partecipazione a Otto e mezzo di Lilli Gruber, l’approdo nel podcast di Fedez rappresenta anche un cambiamento di linguaggio. Dal confronto televisivo tradizionale a un contesto più informale, nel quale l’ospite ha maggiore spazio per raccontarsi e può alternare confessioni, ironia e provocazioni.

Non è necessariamente una scelta sbagliata. I podcast hanno dimostrato di poter ospitare conversazioni approfondite e dare spazio a sfumature che la televisione spesso sacrifica.

Ma il contesto amichevole non garantisce da solo un racconto più convincente e la spontaneità, quando viene continuamente trasformata in brevi estratti destinati ai social, può finire per alimentare esattamente i pregiudizi che vorrebbe superare.

Basta osservare alcune delle reazioni all’intervista per capire che una parte del pubblico non ha interpretato quelle dichiarazioni come una prova di vicinanza, ma come la conferma della distanza tra la vita di un miliardario e quella delle persone comuni.

Non significa che tutte le critiche siano fondate, né che l’ironia sulle difficoltà espressive o sulle fragilità personali sia giustificabile. Anche il pubblico, quando trasforma una persona in un bersaglio collettivo, dovrebbe interrogarsi sui propri limiti.

Rimane però una questione di fondo: l’autenticità non è una quantità di informazioni private che decidiamo di mettere a disposizione degli altri. È la coerenza tra quello che diciamo, quello che facciamo e il modo in cui ci assumiamo le conseguenze delle nostre scelte.

Forse è questo il vero equivoco dell’epoca delle confessioni pubbliche: abbiamo cominciato a scambiare l’assenza di riservatezza per trasparenza, la provocazione per coraggio e l’esposizione personale per autenticità.

In realtà, si può raccontare moltissimo di sé senza riuscire a spiegare davvero chi si è e si può conquistare l’attenzione di tutti senza ottenere la fiducia di nessuno.